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Bruce Chatwin Una vita senza bagaglio

di Alessandro

Quando il racconto di viaggio era considerato superato e ottocentesco, è arrivato “In Patagonia” a renderlo di nuovo il genere cool.
In Inghilterra il libro d’esordio di Bruce Chatwin viene pubblicato nel 1977, mentre in Italia nel 1981.

Bruce Chatwin nacque a Sheffield (all’epoca Yorkshire) il 13 maggio del 1940. Frequentò il Marlborough College nel Wiltshire.
Nel 1958 iniziò a lavorare per la prestigiosa casa d’aste londinese Sotheby’s. Grazie alla sua brillantezza e sensibilità in materia di percezione visiva, ne divenne presto l’esperto impressionista.
All’età di ventisei anni abbandonò il suo lavoro.

Chatwin cominciò quindi a interessarsi di archeologia e si iscrisse all’Università di Edimburgo, che frequentò per diversi anni, pagando le rette e mantenendosi con la compravendita di dipinti. Viaggiò in Afghanistan, in compagnia di Peter Levi (1969), e Africa, dove sviluppò un forte interesse per i nomadi e il loro distacco dalle proprietà personali.
Nel 1973 fu assunto dal Sunday Times Magazine come consulente di arte e architettura.

Il suo rapporto di lavoro con la rivista contribuì a sviluppare il suo talento narrativo e gli permise di compiere numerosi viaggi, dandogli la possibilità di scrivere degli immigrati algerini e della Grande muraglia cinese, di intervistare personaggi come André Malraux in Francia e Nadežda Mandel’štam nell’Unione Sovietica.

Chatwin intervistò anche l’architetto novantatreenne Eileen Gray nel suo studio di Parigi e fu lì che ebbe modo di notare una mappa della Patagonia che lei aveva dipinto. “Ho sempre desiderato andarci” le disse Bruce. “Anche io” rispose lei. “Ci vada, al posto mio”.

Lui partì quasi immediatamente per il Sud America e appena arrivato a destinazione ne diede l’annuncio, insieme alle proprie dimissioni, al giornale, con un telegramma: “Sono andato in Patagonia”.

Passò sei mesi in Patagonia e il risultato di questa esperienza fu il libro, presto divenuto di culto, In Patagonia (1977), che consacrò la sua fama di scrittore di viaggi.

Verso la fine degli anni ottanta Chatwin si ammalò di AIDS.
Tenne nascosta la sua malattia, facendo credere che i sintomi fossero provocati da un’infezione provocata da un fungo della pelle o dal morso di un pipistrello cinese. Non rispose positivamente alla terapia con l’AZT, così lui e la moglie andarono a vivere nel sud della Francia, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita su una sedia a rotelle.
Morì a Nizza nel 1989, all’età di 49 anni.

Le opere più recenti comprendono uno studio sulla tratta degli schiavi, formalizzato nel romanzo Il viceré di Ouidah, per il quale si recò a Ouidah, un vecchio villaggio di schiavi in Africa e poi a Bahia, in Brasile, dove gli schiavi venivano venduti.

Per quanto riguarda Le vie dei canti, Chatwin andò in Australia per lavorare sulla tesi secondo la quale i canti degli aborigeni sarebbero un incrocio tra una leggenda sulla creazione, un atlante e la storia personale di un aborigeno in particolare.
In Che ci faccio qui? (1989) raccoglie diverse esperienze a contatto di persone incontrate nel corso della sua vita, come Indira Gandhi o Ernst Jünger.
Utz, la sua ultima opera, è un racconto di fantasia sull’ossessione che porta gli uomini a collezionare oggetti. La storia si svolge a Praga, e ruota intorno a un uomo che ha una passione particolare per gli oggetti in porcellana.

Chatwin è conosciuto per il suo stile essenziale, lapidario e la sua innata abilità di narratore di storie. È stato, comunque, anche molto criticato per gli aneddoti fantasiosi che attribuiva a persone, posti e fatti reali. Spesso, le persone di cui scriveva si riconoscevano nelle sue storie e non sempre apprezzavano le distorsioni da lui effettuate nei confronti della loro cultura e delle loro abitudini.
Per esempio, alcuni degli aborigeni descritti in Le vie dei canti si sentirono traditi e tennero a specificare che lui non aveva trascorso poi molto tempo con loro. Lo stesso Hodgkin affermò che il libro che Chatwin aveva scritto su di lui non era accurato.

Perdere il passaporto era l’ultima delle preoccupazioni; perdere un taccuino era una catastrofe. In vent’anni e più di viaggi ne ho persi soltanto due. Uno era scomparso su un autobus afgano. L’altro requisito dalla polizia segreta brasiliana che, con una certa perspicacia, credette di riconoscere in alcune righe che avevo scritto – a proposito delle ferite di un Cristo barocco – una descrizione in codice delle sue pratiche ai danni dei prigionieri politici.

«Bruce Chatwin è stato un viaggiatore, un cantastorie e un dilettante di genio, con la passione dell’insolito». Così lo riassume Susannah Clapp nelle prime righe di Con Chatwin, la biografia uscita più di vent’anni fa.

Forse nessuno lo ha conosciuto meglio di lei, sicuramente come scrittore ma anche nel privato: nei due decenni precedenti era stata la sua editor alla Jonathan Cape, la casa editrice londinese che lo aveva scoperto con In Patagonia per poi pubblicare tutti i suoi libri successivi, e con il passare del tempo era diventata anche sua grande amica.

Riguardo le sue continue “menzogne”, la Clapp prosegue e ne descrive benissimo il suo modo di essere: «Diceva lui per primo di avere perso il conto delle menzogne che aveva scritto in “In Patagonia”. Naturalmente ogni scrittore racconta cose che non sono reali: è l’essenza della narrativa. Il punto è che Bruce non scriveva narrativa. O non soltanto narrativa. In effetti è difficile mettere un’etichetta sui suoi libri. Saggi? Travel writing, libri di viaggio? Romanzi? Secondo me un altro aspetto della sua importanza, della sua eredità, è appunto questa impossibilità di catalogarlo come autore: si muoveva al confine tra fiction e non-fiction, tra narrativa e saggistica, in un territorio letterario volutamente ambiguo».

Negli ultimi anni, soprattutto nel mondo anglosassone, ma in parte anche in Italia, sono stati pubblicati molti libri di narrativa che partono dal reale – la cosiddetta narrative non fiction – e almeno nei gusti di editor e critici questa moda sembra non aver ancora esaurito il suo potenziale.

Forse per questo le opere di Chatwin, che Clapp ha definito «un precursore», potrebbero anche avere il potenziale per tornare di moda.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

IN PATAGONIA (1977)

Dopo l’ultima guerra alcuni ragazzi inglesi, fra cui l’autore di questo libro, chini sulle carte geografiche, cercavano il luogo giusto per sfuggire alla prossima distruzione nucleare.
Scelsero la Patagonia.
E proprio in Patagonia si sarebbe spinto Bruce Chatwin, non già per salvarsi da una catastrofe, ma sulle tracce di un mostro preistorico e di un parente navigatore.

Editore: Adelphi; 8° edizione (22 gennaio 2003)
Lingua: Italiano
Copertina flessibile: 264 pagine

IL VICERÉ DI OUIDAH (1980)

In questo romanzo Chatwin sviluppa la sua corrente aneddotica, che nei suoi saggi e articoli è funzionale per arricchire l’esposizione, e restituisce una biografia dai tratti leggendari di un personaggio realmente esistito.
La vicenda prende le mosse durante l’anniversario della morte di Dom Francisco Da Silva, quando i suoi discendenti si riuniscono per celebrare l’evento. La famiglia Da Silva, il cui sangue brasiliano è diluito dal tempo, ormai è una parte integrante della popolazione africana. Tuttavia la grande famiglia è radicata nelle tradizioni e dall’identificazione della propria ascendenza.

Editore: Adelphi; 5° edizione (24 settembre 1997)
Lingua: Italiano
Copertina flessibile: 149 pagine

SULLA COLLINA NERA (1982)

Questo romanzo è la storia della lunga vita di due gemelli identici. Lewis e Benjamin Jones per ottant’anni mangiano lo stesso cibo, indossano gli stessi vestiti, dormono nello stesso letto, roteano l’ascia con lo stesso gesto. Vivono in una fattoria chiamata «La Visione», posta sulla linea che separa il Galles dall’Inghilterra, in una natura aspra e scarsamente abitata. Se osservata da vicino, la loro esistenza è folta di avvenimenti, spesso crudeli e violenti, ma tutto si svolge entro un raggio di dieci miglia dalla fattoria. I due gemelli non possono abbandonare quella casa e quei luoghi come non potrebbero separarsi fra loro. Un cerchio magico stringe le loro vite, e all’interno di esso si ripercuotono, in un’eco stravolta, gli eventi del mondo.

Editore: Adelphi; 7° edizione (29 maggio 1996)
Lingua: Italiano
Copertina flessibile: 290 pagine

LE VIE DEI CANTI (1987)

Per gli aborigeni australiani, la loro terra era tutta segnata da un intrecciarsi di «Vie dei Canti» o «Piste del Sogno», un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi: erano quelle le «Impronte degli Antenati» o la «Via della Legge». Dietro questo fenomeno, che apparve subito enigmatico agli antropologi occidentali, si cela una vera metafisica del nomadismo. Questo ultimo libro di Bruce Chatwin, subito accolto con entusiasmo di critica e lettori quando è apparso, nel 1987, potrebbe essere descritto anch’esso come una «Via dei Canti»: romanzo, viaggio, indagine sulle cose ultime.

Editore: Adelphi; 13° edizione (10 maggio 1995)
Lingua: Italiano
Copertina flessibile: 390 pagine

UTZ (1988)

Kaspar Utz, il protagonista di questo romanzo, è un grande collezionista di porcellane di Meissen che le tempeste della storia hanno condotto a vivere a Praga con i suoi fragili tesori, sotto gli occhi malevoli di uno Stato poliziesco.

Editore:  Adelphi; 5° edizione (26 gennaio 2000)
Lingua: Italiano
Copertina flessibile: 130 pagine

CHE CI FACCIO QUI? (1988)

Una raccolta, iniziata dallo stesso Chatwin a pochi mesi dalla morte, di alcuni brani dispersi della sua opera, che valgono come altrettante tappe di una sola avventura, di tutta una vita intesa come “un viaggio da fare a piedi”. Al seguito di Indira Gandhi o in visita da Ernst Jünger, alla ricerca dello yeti o nei quartieri poveri di Marsiglia, a cena con Diana Vreeland o con Werner Herzog nel Ghana o con un geomante cinese a Hong Kong: Chatwin è sempre in viaggio e osserva ogni esperienza con lo sguardo penetrante di chi, a partire da qualsiasi cosa, vuole andare più lontano possibile.

Editore: Adelphi (9 giugno 2004)
Lingua: Italiano
Copertina flessibile: 444 pagine

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